I promessi sposi è un celebre romanzo storico di Alessandro Manzoni, considerato uno dei massimi capolavori della letteratura italiana[2]. Preceduto dal Fermo e Lucia, spesso ritenuto un romanzo a sé, fu pubblicato in prima edizione tra il 1825 e il 1827 (detta “ventisettana”); rivisto in seguito dallo stesso autore, soprattutto nel linguaggio, fu ripubblicato in edizione definitiva tra il 1840 e il 1842 (detta “quarantana”).
Ambientato in Lombardia tra il 1628 e il 1630[1], durante il dominio spagnolo, è il primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana. Il racconto si basa su una rigorosa ricerca storiografica e gli episodi del XVII secolo, quali le vicende della monaca di Monza (Marianna de Leyva) e la peste del 1630, si fondano su documenti d’archivio e cronache dell’epoca.
I promessi sposi è l’opera più rappresentativa del romanticismo italiano e una pietra miliare della letteratura italiana per la profondità dei temi (si pensi alla filosofia della storia in cui, cristianamente, agisce l’insondabile grazia divina nella Provvidenza), nonché un passaggio fondamentale nella nascita stessa della lingua italiana moderna[3]. Inoltre, per la prima volta in un libro di tale successo, i protagonisti sono gli umili e non i ricchi e i potenti della storia. Il romanzo, infine, per la sua popolarità presso il grande pubblico e per il vivace interesse da parte della critica letteraria tra XIX e XX secolo, è stato rielaborato in forme artistiche che vanno dalla rappresentazione teatrale al cinema, dall’opera lirica alla fumettistica e anche alla fiction televisiva, sia in chiave originale che parodistica.
Le stesure: dal Fermo e Lucia alla “quarantana”
Il Fermo e Lucia
Lo stesso argomento in dettaglio: Fermo e Lucia.

L’idea del romanzo risale al 24 aprile 1821[N 1], quando Manzoni cominciò la scrittura del Fermo e Lucia[N 2], componendo in circa un mese e mezzo i primi due capitoli e la prima stesura dell’Introduzione. Interruppe però il lavoro per dedicarsi all’Adelchi, al progetto poi accantonato della tragedia Spartaco e all’ode Il cinque maggio. Manzoni dichiarò, nella lettera all’amico Claude Fauriel del 3 novembre 1821[7], di aver cominciato una nuova creazione letteraria caratterizzata dalla tendenza al vero storico[8]. Dall’aprile del 1822 il Fermo e Lucia fu ripreso con più lena e portato a termine il 17 settembre 1823[N 1]. La seconda redazione del romanzo, intitolata Gli sposi promessi, è databile tra il 1823 e il 1825[4].
Il Fermo e Lucia non va considerato come laboratorio di scrittura utile a preparare il terreno al futuro romanzo, bensì come un’opera autonoma, dotata di una propria struttura narrativa del tutto indipendente dalle successive elaborazioni[9]. Rimasto per molto tempo inedito, fu pubblicato soltanto nel 1916, a cura di Giuseppe Lesca, con il titolo Gli sposi promessi[10].
La “ventisettana”

La seconda scrittura dell’opera, differente per struttura narrativa, cornice, presentazione dei personaggi e uso della lingua, fu redatta da Manzoni con l’aiuto degli amici Ermes Visconti e Claude Fauriel[11]; la sua prima edizione (la cosiddetta “ventisettana”) fu pubblicata a Milano dal tipografo Vincenzo Ferrario in tre tomi fra il 1825 e il giugno 1827 (ma con la data del 1825 nei primi due e del 1826 nel terzo)[12] con il titolo I promessi sposi e il sottotitolo Storia milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni[13], riscuotendo un notevole successo[14].
I cambiamenti strutturali e psicologici dei personaggi
La struttura più equilibrata (trentotto capitoli raggruppabili in quattro sezioni di estensione pressoché uguale), la decisa riduzione di quello che appariva un “romanzo nel romanzo”, ossia la storia della monaca di Monza[15], e la scelta di evitare il pittoresco e le tinte più fosche a favore di una rappresentazione più aderente al vero sono le caratteristiche di quello che è un romanzo diverso dal Fermo e Lucia[16].
Cambiano anche i nomi dei personaggi e, talvolta, persino il loro carattere. Oltre a Fermo che diventa Renzo, il nobile Valeriano diventa don Ferrante[N 3], così come il Conte del Sagrato diventa il ben più famoso Innominato. In quest’ultimo caso, il personaggio cambia radicalmente: il Conte del Sagrato non possiede l’indole riflessiva, tragicamente esistenziale nel ricordare le sue colpe, tipica dell’Innominato[18][19]; il Conte del Sagrato, infatti, è «un killer d’alto rango, che delinque per lucro» e ha «una tinteggiatura politica antispagnola»[20], elementi non presenti nell’Innominato.